IL BUIO NEGLI OCCHI
Lirica di Vittorio Fioravanti
Sapere il mare al salmastro
schizzo d’umore in bocca
all’aspro rumore sordo
della risacca
al dondolio rassegnato
della barca ormeggiata
fra i rauchi gabbiani
sul molo
Sapere il cielo e la luce
al calore dei raggi del sole
il colore dei fiori
al profumo raccolto
fra le dita sul volto
e il sorriso di lei
ferita aperta all’ignoto
brivido d’ansia
E infine sapere la terra
nel solco solido d’una radice
E sentire l’amore nel sangue
crescere e ramificarsi
all’aperto contatto
di mani audaci e di labbra
sul corpo suo offerto
all’incontro
Ottobre 2011
ULTIMO SAGGIO CRITICO
SUI VERSI DI VITTORIO FIORAVANTI
di Valeriano Garbin
Sempre più complesse, più penetranti (“scoglio scheggiato”) le poesie di Vittorio Fioravanti e avvolgenti, aperte “al vento impetuoso”: “Una bandiera è alzata / tra le reti e le vele” per una “sfida lanciata” in “quegli occhi / di ragazzo sgomento” “che sveglierà il Venezuela”. Bravo, illustre Poeta. Le tue Poesie si realizzeranno nel tempo e diventeranno Storia. Così la scelta divina dei versi diventa un mistero e la banalità del mondo che li circonda non romperà il nostro futuro e non riuscirà a collocarsi nel nostro passato. Per fortuna esistono ancora Poeti come te, amico Vittorio, che riescono a profetizzare, cioè a interpretare la volontà di Dio. Ecco, la tua ingegnosità insiste nella coesistenza della libertà umana con la prescienza divina e mi sembra un gran merito. La tua vita continua ad essere un movimento verso il futuro ed è essenziale continuamente prepararla e pianificarla: per questo val la pena d’essere vissuta, per questo I tuoi versi valgono la pena d’essere studiati. Considerare il futuro aperto, come fai tu nelle tue poesie, ci rende padroni del nostro destino: e non essere vittime del fato è anche questo un gran traguardo intellettuale.
La realtà diventa poi amara, “gonfia d’un sogno infranto”, “come quei solchi profondi / arati da pescatori”, mentre “la barca rientra sola”. Però, amico Poeta, tu riesci a sbarcare con il “piede saldo” portandoti dietro “un’isola affioratati dentro / come il germoglio d’un fiore”. Utopia? Chiunque, in una qualsiasi epoca, – ci assicura Nietzsche – ha edificato un nuovo cielo, ha trovato il potere di farlo anzitutto nel proprio inferno. Tutti dovremmo includere nella nostra mappa mentale un paese come l’Utopia, un paese positivo che dia luogo a migliori aspirazioni. Però Utopia significa “in nessun luogo” cosicché il Poeta ritorna nella realtà, adesso specifica, del “morso acuto”, di “labbra …d’angoscia”, di sensualità sfrenata, ricorrente e sempre importante nei versi fioravantini, e di morte. Anche quest’ultima si snoda e prende forma seguendo le particolari ansie del Poeta, come una lezione morale, senza presagi o minacce, anche quando è violenta e lacerata dalla crudeltà dell’uomo, anche quando è una vendetta, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, occhio per occhio, ma con una certa dose di speranza e con la capacità persino di portare cambiamenti positivi.
Nella “Venezia assurda dei Tropici” (Maracaibo) Fioravanti, tra i “pali secchi delle baracche” in una “assordante balera / ancorata alla sponda”, si procura il piacere e la delusione di partecipare al “gioco” di una morte. E “punta” su uno del galli da combattimento, sicuramente il più bello, sicuramente il più atletico, il favorito. O forse no. Poco importa. Scommete su una o sull’altra morte. Su una o sull’altra vittoria. Intensità emotiva in quel gallo morente, catarsi generata da una sconfitta di sangue. Non è un gioco innocente. Tutto diventa serio, importante dentro un teatro splendidamente raccontato da un Poeta stravolto dalla circostanza ma che sa perdere. Il leoncino gioca per prepararsi ad abbattere l’antilope. Il gallo è preparato al combattimento contro un suo rivale, a ricordare le lotte della vita d’ogni giorno tra simili. Quel gallo deciso, coraggioso, avventuroso ha perso, sfinito e terrorizzato, ferocemente attaccato soprattutto da chi ha perso la posta, “spoglia inane ora giace / preda d’insetti”.
Il nostro Poeta, con la scusa di ritrovare se stesso, inventa il suo funerale, naturalmente nella sua Venezia, senza paura, con naturalità, senza la cessazione della coscienza, mentre accetta la disintegrazione del corpo nei suoi elementi fisici. “Finirò a San Michele / in due pugni di polvere / raccolti in un vasetto usato / di marmellata di more / Vi andrò posato sul sedile / d’una gondola bardata di nero / carica d’orrende corone / di gialli fiori appassiti / e nastri viola”. Questo correre in laguna diventa più o meno piacevole anche con quei crisantemi gialli dalle “orrende corone” nella “gondola bardata di nero”. Avrei preferito che il Poeta ne scegliesse una, di gondola, tutta ori e trine come quella di uno sposalizio o il “Bucintoro” del potere e della gloria come s’addice a un Poeta. Ma sicuramente Fioravanti ha scelto la gondola delle condoglianze per rispetto all’altrui dolore. Bene. Tutta da meditare e da esaltare questa bella poesia che ci ricorda come la nostra morte non fa parte dell’esperienza personale e da un certo punto di vista soggettivo ci definisce, per questo, immortali.
Vittorio Fioravanti ritorna quindi a costruire su uno dei temi favoriti: il sesso, senza imbrigliarne I sentimenti, anzi affrontandolo senza segretezza e vergogna, positivamente e anche senza controllo, sia che si lanci in una “ballata” come “Lieselotte” o che si inoltri nel lavoro romantico di “Come una finta santa” che lambisce la pelle guardando “oltre i vetri della finestra / su per le nubi sfatte / ad ali aperte spiegate / come un airone bianco / covando strano un sorriso / di rosse labbra marcate / da rossetti e matite”. Con Fioravanti l’Eros non degenera nel vizio. Solamente lo descrive com’è, perché, per dirla con Twain “la natura non conosce indecenza, è l’uomo a inventarla”. Del resto non si può contenere un fiume con una diga: esso strariperà inopportunamente. Con Fioravanti le attività sessuali non sono confinate in luoghi oscuri ma illuminate del rosso tramonto, dalla luna d’argento, dai raggi tropicali o dalla bruciante fantasia.
Anche con “Barbara” a Venezia, “la giacca a vento slacciata”, il Poeta riesce perfino ad amare “la pioggia”, “Venezia e l’abbraccio d’entrambi” e “la breve storia d’amore e di morte”.
Che dire poi di “Quel seme che non m’hai voluto”? In Mesopotamia, più di quattromila anni fa, “seme” e “acqua dolce” significava la stessa cosa: il potere fecondante era condiviso da entrambe. La sopravvivenza dell’uomo dipendeva dalla riproduzione e dalla crescita delle piante. Però il “seme” deve cadere in terreno fertile, come ricorda la parabola evangelica e non “sugli steli”.
Recentemente la Mamma del Poeta ci ha anticipato e Vittorio ha scritto per Lei e per noi questi versi…
TRIGLIE ALL’AGLIO
Lirica di Vittorio Fioravanti
Triglie all’aglio
trattoria sugli scogli
spogli tralci
d’uva appassita
La sigaretta accesa fra le dita
m’alzo a scrutare
venire il mare
in lunghe onde di spuma
tra barche mosse
e boe rosse ancorate
storto un pontile di legno
nella nebbia che sfuma
sull’ampia veranda
Vino buono da bere
m’assegno il tavolo fuori
la sedia vuota
dove sedeva mia madre
così come la ricordo
parole dette fra sguardi
con un gesto di mano
con un sorriso
Lerici colta al volo
un’ultima volta ancora
ad ali spiegate
come un gabbiano
Penso a mia madre
al chiaro suo viso
nell’intenso profilo
del castello imponente
le ciglia in pianto nel vento
brindando con me serena
gli occhi negli occhi
L’aglio soffrito
la tovaglia a quadretti
un cestello di paglia col pane
la bottiglia di vino nostrano
Non c’è niente di meglio
avrebbe ordinato le triglie
Le avrebbe volute affogate
nell’odoroso sughetto
che preparava in cucina
sul fornello di casa al Canaletto
sull’azzurra fiamma del gas
con la finestra spalancata all’aria
su al quarto piano
Così resto qui fuori all’aperto
col cameriere interdetto
Fa freddo ma fa lo stesso
Ho stretta in cuore ben salda
l’amara parvenza di lei
la calda presenza qui intorno
di Mamma Clara
Caracas, novembre 2007
* * *
VALERIANO GARBIN
Saggio pubblicato nelle pagine dell’Antologia
“RAFFAELLO EN VENEZUELA”
Valencia, Aprile 2008
Mi chiamo Vittorio e vivo a Caracas. I miei m’hanno generato a La Spezia nell’estate del 1935, e fatto poi nascere nell’aprile dell’anno seguente a Taranto.
Amo Venezia in maniera ossessiva. Vi ho vissuto da studente. Ho scritto liriche bellissime su quegli anni vibranti. Avrei voluto trascorrere la mia esistenza negli anni della Serenissima. La musica di Vivaldi mi penetra profondamente.
Scrivo da sempre: da studente, da emigrante, da impiegato, da impresario, da vecchio senza pensione, persino qui nel Venezuela. Nel 2004 ho vinto il Primo Premio Assoluto di Poesia del Concorso Mondiale “Italia Mia”, riservato agli scrittori italiani residenti all’estero, patrocinato per l’appunto dal Ministero degli Italiani residenti all’estero. Il Primo Premio di Poesia con la lirica “Non c’era una volta”.
Il mio tasso di poesia è un groviglio inquinato di desideri, un grumo d’irrefrenabili ormoni nelle vene e l’indice maledettamente alto di grasso viscerale… E’ un mio lasciarsi andare, scivolare inerte e lentamente affondare, anima e corpo, nell’acque tiepide d’una malinconica, sofferta rassegnazione. Credo d’essere d’indole nostalgica, riflessiva, introversa. Ma ho una vena ironica insopprimibile. La memoria ha invaso il mio mondo interiore. Mi perdo su struggenti rimpianti e su dolorosi rimorsi, ma rivivo quegl’istanti di armoniosa gioia che mi sia stato concesso di godere.
Vivo particolarmente proiettato nel passato, poco nel presente e ancor meno nel futuro. Provo insofferenza nei confronti di tutto ciò che sia sfacciatamente fraudolento, falso, propagandato senza ritegno alcuno, ingannevole. I miei sentimenti sono sempre sinceri e genuini (dentro di me). Ma so mentire quando occorra… Sono comunque molto convincente. Perfino con me stesso. Sono un piccolo, grande uomo convinto. Non so tutta la verità, ma quanto mi basta per andare avanti. Non invidio nessuno, l’amore che nutro per me stesso colma le mie aspettative.
Ho buona memoria, ma spesso mi dimentico la caffettiera sul fornello acceso.
Non ho avuto amici d’infanzia, ma tante fidanzatine un po’ dappertutto.
Bestemmio senza l’intenzione di farlo. A vuoto. Le mie fughe sono accuratamente strategiche. Ci sono errori che riconosco, ma che torno a commettere.
Io il primo bacio non l’ho dato, me l’hanno dato. Le bombe su Spezia, la mia ferita più grande. Chiedo scusa quando valga la pena farlo. Mi distraggo. Succede. Ogni tanto.
Sono stanco di progettare. Cerco di fare e dire soltanto l’indispensabile.
Rido spesso, ma in maniera discreta. A volte appena mentalmente.
Io il demonio l’ho dentro, ma so controllarlo con molta energia.
In Marina ho imparato a sparare. Due anni di servizio militare di Leva. Se fossi stato inviato in una missione di guerra, avrei dovuto eventualmente uccidere. Non è successo.
Sono emigrato per ben due volte: a Stoccarda e a Caracas. Entrambe dietro a una donna: la tedesca Irmgard nel ’60 e la venezuelana Marlene nel ’66. Le ho sposate e ho avuto da loro quattro figli: Marco da Irmgard e Leonardo, Samantha ed Arlene da Marlene.
Sono nonno di sei nipotini: Marie-Lisa, figlia di Marco, Maurizio e Valentina, figli di Leonardo, e Adrian, Mathias e Sabrina, figli di Samantha. Arlene è sposata da un anno appena, e ha in programma la nascita di due gemelle nel 2013…
Non ho visto morire né mio padre, né mia madre, e neanche mio fratello Romano. Emigrando si perde anche questo. Ho paura di dover soffrire la morte inattesa d’un mio figlio o un mio nipote. Ho perso la fede ma mi sento cristiano, e spesso mi viene spontaneo fare il segno della croce.
L’idea della morte accompagna i miei più istintivi moti interiori, come il sesso e l’amore, la voglia di bere e mangiare, il nuoto a lente bracciate nel sapore del mare, e poi quell’ansia di scrivere e scrivere, leggere e leggere… Sulla morte poi ci scherzo anche sopra, me la godo come una striscia comica, la dissacro in ogni suo intangibile aspetto. Inutile nasconderlo: so che verrà, e avrà gli occhi che già conosco.
Vorrei morire con i miei figli e i miei nipoti attorno a me. Sul balcone di casa, al tramonto d’una giornata di festa. Vorrei morire piangendo di gioia.
Morire è appena un passo nel vuoto, un precipitare per un istante d’eternità, lungo uno spazio inesistente. In un buio infernale. Oppure trapassare nel sole un velo etereo, e restare in piedi su uno scoglio ad immergere lo sguardo nel mare. Fino all’estremo orizzonte. Per un solo momento infinito, senza fine, per un tempo inesistente. Sarà questo il paradiso?..
Vittorio Fioravanti Grasso

