“Il vicolo del precipizio” l’ultima opera di Remo Bassini
Il famoso 900′ italiano può vantare grandi nomi nel campo della letteratura, al contrario di oggi dove un’editoria sempre più commerciale presenta prodotti scadenti, sempre più popolari, nomi da Reality Show, scoop, outing e scandal book. Remo Bassini possiamo considerarlo uno degli ultimi scrittori di valore di questo 900′ andato perduto. Fotogrammi di un’Italia scomparsa? nostalgia? no, solo voglia di una sana e vera letteratura degna di questo appellativo. Remo Bassini nei suoi romanzi ci parla di un’Italia che c’è ancora, sopravvissuta alla dannata globalizzazione che sembra voler inghiottire le nostre radici. In questo suo ultimo romanzo, “Vicolo del precipizio”, Bassini abbandona le tinte noir degli ultimi suoi romanzi, per un metaromanzo.
Protagonista è Tiziano, un ghostwriter che torna dopo anni a prendere la penna abbandonata dopo il primo giovanile romanzo.
Dal momento che è un ingranaggio dell’editoria, parla anche di case editrici e di scrittori vuoti come campane ma il libro è soprattutto un omaggio ai ricordi: arrivato a un certo punto della propria vita, Tiziano capisce due cose: che i ricordi contano, e tanto, la prima; che però lui ha sempre preferito scansarli, perché certi suoi ricordi fanno male.
Un romanzo nel romanzo quindi in quest’opera di Bassini, un viaggio nostalgico, a tratti ironico e grottesco, alla ricerca delle origini, tra ricordi e leggende, della nostra cara Italia.
Articolo e intervista di Francesca Ancona
1) Remo questo tuo ultimo romanzo “Vicolo del precipizio” vuole essere il libro della maturità di Remo Bassini? una sorta di autobiografia?
In parte il libro è autobiografico, perché dico quello che penso dell’editoria e degli scrittori con la puzza sotto il naso e perché, soprattutto, racconto tanti ricordi della mia infanzia quando tornavo a Cortona, il paese dove son nato.
Penso non sia il mio romanzo della maturità perché io, a 55 anni, non sono una persona equlibrata e matura (mia madre mi dice sempre: quando avevi 20 anni speravo che cambiassi, poi l’ho sperato a 30, a 40, poi ho smesso di sperare), insomma, morirò immaturo e quindi sarà così anche la mia scrittura, sempre un po’ bambina e mai saggia.
2) Il titolo “Il vicolo del precipizio” vagamente assonante a “Il viale del tramonto” (celebre film di Billy Wilder), perchè?
E’ vero ma è un caso. Vicolo del precipizio è un vicolo che esiste, 77 gradini che dall’unica strada pianeggiante che c’è a Cortona portano verso l’ospedale, dove sono nato, e verso la chiesa di San Francesco dove fui battezzato.
Viene il fiatone a percorrerli quei 77 gradini.
Ma è anche vero che la parola “precipizio” mi ha sempre affascinato: rischiamo di cadere sempre, di precipitare, noi mortali. Nonostante le finzioni e i balli in maschera.
3) Tiziano il protagonista, l’ex scrittore, è un disilluso che poi torna a sperare. Rappresenta l’italiano di oggi?
No, perché Tiziano ha comunque un pregio: non segue il branco. Ragiona con la sua testa, non ha un leader, un vangelo da seguire. E’ fondamentalmente anarchico, ed è schifato dal mondo che lo circonda. Un po’ prova schifo anche verso se stesso. E allora cerca di capire chi è, partendo dai suoi ricordi, dalla sua infanzia.
4) Nei tuoi romanzi è quasi immancabile il tocco noir, il poliziesco. In questo predomina la riflessione e una sottile vena nostalgica. Un cambio di rotta? una parentesi necessaria?
I miei romanzi non sono mai solo noir o solo romanzi sociali. Per me (poi i critici e gli editori li cataloghino come vogliono) sono romanzi di vita e di morte.
5) Remo questa situazione tragica, riguardo all’editoria (e non solo), è un problema solo italiano o possiamo allargare?
Il discorso è lungo è complicato. Dell’anima a forma di salvadanaio di tante case editrici si sa, ma non si deve mai dimenticare che il grande problema italiano, rispetto alla Francia e ai problemi anglosassoni, è che si legge poco. Da un lato abbiamo quindi editori che cercano solo cose leggere, ma dall’altro abbiamo il paradosso di aspiranti scrittori che nemmeno leggono. Un editore anni fa disse che la crisi dell’editoria italiana sarebbe risolta, basterebbe che gli aspiranti scrittori leggessero. Penso sia vero. Penso comunque che il discorso è molto, molto complesso. E che chi scrive, alla fin fine, deve pensare solo a una cosa: scrivere, appunto.
6) La felicità per Remo Bassini cos’è? (se esiste la felicità)…
Scrivere di notte, mentre fumo un buon sigaro e bevo un caffé, oppure quando mio figlio, di 2 anni e mezzo, mi dice: Guarda babbo, guarda l’acqua di quella fontana… e io guardo lo zampillare dell’acqua. La felicità esiste, ed è fatta di piccole cose.
7) Il tuo prossimo lavoro? hai già qualcosa in mente?
Ho appena finito di scrivere quattro racconti neri, che ho consegnato alla mia agente. E sto pensando a scrivere un romanzo un po’ autobiografico: la storia di un portiere di notte in un albergo (lavoro che ho fatto per davvero, una vita fa)
Remo Bassini
Sono nato a Cortona, cittadina etrusca, da genitori mezzadri, vivo a Vercelli. Ho fatto tanti lavori umili, come l’operaio, il portiere di notte, e me ne vanto. Della mia famiglia contadina-operaia sono, direbbe Guccini, il primo che ha studiato: perito agrario, poi lettere moderne. Il mio primo lavoro è il giornalista (dirigo la testata storica di Vercelli, La Sesia), il secondo è il romanziere (ho pubblicato con Mursia, Fernandel, Newton Compton, Perdisa). Ho imparato a inventar storie ascoltandole: quando da piccolo tornavo a Cortona, non essendoci la televisione, i “grandi” parlavano e raccontavano, bevendo vino e mangiando castagne, davanti al camino. Oppure all’ombra, durante le pause della battitura del grano, che oggi non c’è quasi più: è pieno di campi di girasole, nella piana sotto Cortona.


