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Controcorrente

ANDREA ONORI: FEISAL


FEISAL il libro testimonianza di Andrea Onori

Andrea Onori è un giovane scrittore e non solo, la sua grande sensibilità e profondità lo portano a occuparsi dei deboli, degli emarginati, di quella parte di società spesso ignorata, di quella parte che si pensa sia una minoranza ma sono in tanti in realtà a farne parte oggi pur non accorgendosi, illudendosi di chissà quali privilegi o semplicemente per voler chiudere gli occhi davanti a una realtà che difficilmente si accetta e si ammette. Questa è una delle tante storie che racconta Andrea Onori, è la storia di un ragazzino, Feisal, respinto dalla sua tormentata terra natia, Gaza, e diventato quindi un profugo forzato. Andrea attraverso la figura di Feisal ci fa capire cosa significa essere profughi, cosa significa essere nessuno in una terra straniera. Chi è il clandestino?

Servizio e intervista di Francesca Ancona

GLI ULTIMI

Non è una novità se dico che la maggior parte dei rifugiati sono accolti nei paesi del terzo mondo e in occidente, si urla all’invasione dello straniero. Il rapporto annuale global Trends 2010 stilato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), pubblicato nel Giugno del 2011 ci dice che circa 4/5 degli esuli non trovano rifugio nei paesi cosiddetti sviluppati ma in altri. Il Global Trends 2010 evidenzia come le persone costrette alla fuga dal loro paese a causa di guerre o persecuzioni siano in tutto il mondo 43.7 milioni: di esse, 15.4 milioni sono rifugiati (secondo la definizione stilata dalla Convenzione di Ginevra nel 1951, rifugiate quelle persone  che “temendo a ragione di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale od opinioni politiche, si trovano fuori del paese di cui hanno la cittadinanza, e non possono o non vogliono, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”), 27.5 milioni sono sfollati interni a causa di conflitti e circa 850 mila sono richiedenti asilo.

L’Unrwa, l’ Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi, offre assistenza a oltre quattro milioni di profughi palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Beach Camp (o Al- Shati), il campo profughi dove è nato Feisal, si trova a Nord della Striscia di Gaza. Secondo l’Unrwa nel campo sono registrate circa 78.800 persone. I piccoli rifugiati sono gli ultimi tra gli ultimi. Essi, non hanno un luogo sicuro dove poter vivere serenamente la loro vita. Dai campi profughi, ai centri di accoglienza per rifugiati, la vita di un bambino è infernale. Qualsiasi popolo e da qualsiasi parte essi provengano, devono essere rispettati e accolti umanamente. Loro, come Feisal, non hanno la possibilità di accedere alla vita sociale della comunità che “accoglie”. Il più delle volte, vengono emarginati e spogliati dei loro diritti fondamentali. Qualche storia si racconta ogni tanto in televisione, ma lo si fa per alzare la percentuale di ascolto e, al contatto , ci si pone in modo errato. Nessuno deve essere superiore a nessun altro. Un confronto alla pari potrebbe rivelare uno scambio di magie e di verità nuove. Dobbiamo sempre ricordare che le nostre verità personali non sono assolute. Diffondere la parola degli “ultimi”, di quei gruppi e individui più vulnerabili, che non hanno importanza per la nostra società, significa mettersi sullo stesso piano, senza sentirsi in alcun modo superiori. Rendersi conto di essere complici e fratelli di tutti coloro non hanno la possibilità di dire ciò che pensano, perché emarginati dalle maggioranze e non aventi i diritti universali che ogni essere umano dovrebbe avere. Gli ultimi, in generale, sono visti come parassiti. A volte, possono commuovere nel momento in cui, vengono osservati alla televisione con il moccolo nel naso o sofferenti. Però, diventano dei nemici quando alzano la testa o si avvicinano ai “benpensanti”. Le singole storie di una vita spezzata a causa dell’avidità umana, non fa notizia. Alle nostre autorità interessa difendere con forza i loro privilegi e aiutare i loro amici con cementificazioni selvagge, mazzette e altre schifezze di questo secolo, il resto può anche crepare. Generalizzano e manipolano le notizie per criminalizzare queste schiacciate realtà. Senza fare distinzione, di solito, vengono tutti etichettati, sin dal loro arrivo, come clandestini. Diverrà il loro nome, il loro documento, la loro etichetta stampata sulla pelle. Da quel momento, inizia una slavina di difficoltà e incomprensioni, che non potevano immaginare prima della loro difficoltosa ed esasperata partenza. Repressi in modo brutale, vengono rinchiusi dentro veri e propri campi di concentramento pur non avendo commesso alcun reato.

Ma clandestino non è solo un sinonimo volgare e presuntuoso che etichetta l’immigrato “irregolare” o in modo sbrigativo, ignorante e bigotto, l’immigrato in generale. Il clandestino è anche l’operaio che esce da casa la mattina presto e non sa se tornerà dalla sua famiglia. Clandestino è chi non riesce ad arrivare alla fine del mese e chi ci arriva, ma per lavorare deve abbandonare la vita, la sua esistenza, diventando una macchina di profitto. L’uomo ha bisogno di vivere serenamente di passioni, di affari pubblici e di amore. Non può ridursi in una semplice macchina. Il clandestino sei anche tu che non hai la possibilità di vivere in un paese veramente democratico e civile. Clandestino sei tu che non partecipi o che ti viene impedito di farlo. Clandestino sei tu, che sei trattato come un semplice numero. Clandestino è il clochard, l’invisibile snobbato e scacciato da tutti i “benpensanti”. Clandestini sono gli studenti e ricercatori precari che vedono perdere il loro diritto allo studio, al sapere e rincorrere la strada dello sbando. Clandestini sono tutta quella galassia di giovani delle periferie e non, che vagano per le città senza una meta. Clandestini sono gli sfruttati e gli sfrattati che non hanno più un riparo e un letto dove dormire. Clandestina è la natura, cementificata e occupata da uomini arroganti. Clandestini sono gli anziani, sempre più abbandonati dalla vita frenetica dei loro figli e i bambini, lasciati senza i loro diritti fondamentali. Clandestine sono le donne maltrattate e umiliate, i gay, le lesbiche e i transgender oppressi dall’omofobia. Clandestine sono le prostitute umiliate, violentate in continuazione e trattate come carne da macello. Clandestini sono tutti i poveri della terra, gli incompresi e quelli che chiamano “matti”. Clandestini sono  i desolati,  malnutriti, schiavizzati, incatenati e sofferenti.

Se vogliamo generalizzare, Clandestine sono tutte le minoranze indifese del mondo, schiacciate da ogni Stato nazionale e da questa folle e ingiusta economia mondiale. In gran parte dei paesi del pianeta, la maggioranza avida e indifferente, calpesta e limita le libertà delle minoranze, usando metodi di violenza fisica, psicologica e economica.

Madre Terra Fratello Clandestino

http://laparoladegliultimi.blogspot.com

1) Andrea, Feisal (il protagonista del tuo romanzo) chi è? è una figura reale che hai conosciuto personalmente?

Feisal è un concentrato di storie reali condito da una sana e robusta fantasia. Mentre scrivevo mi frullavano nella testa i racconti di Jehad, Imad, Miguel, Adel, Munir Roger, Ugochwo e tanti altri ragazzi che hanno vissuto il dramma dell’immigrazione “irregolare” verso l’Italia o la realtà di un territorio dove la vita è sospesa. Storie differenti tra di loro. Diverso è il luogo di origine di questi ragazzi pronti a partire verso un luogo sconosciuto; diverse sono le violazioni dei diritti umani che hanno subito durante la permanenza nei Cie e/o nel loro paese di origine; diverso è il viaggio, le sensazioni, i ricordi e la visione del futuro. Tutto è diverso. Non possiamo etichettare questi ragazzi come “immigrati irregolari”, “clandestini”, “stranieri”, oppure guardandoli tutti come “uguali”. Ognuno ha la sua storia da raccontare e il suo piccolo mondo da farci conoscere. In comune c’è la violenza e la schiacciante prepotenza del paese “accogliente”. Feisal racconta spicchi di verità personali, vissute tra Beach Camp e i Cie italiani. Sono verità di singole persone e non certo verità assolute. Ogni verità è singolare, ogni storia è differente dall’altra e ogni essere umano deve essere rispettato in quanto uomo e non in base alla sua carta di identità. All’interno di ogni storia c’è una magia e una vita intera da raccontare. Ogni racconto ti lascia qualcosa di profondo dentro e ti fa scoprire tante piccole e grandi differenze, anche da quartiere in quartiere di qualsiasi città vicina o remota. Per questo motivo, quando inizia un dialogo tra due sconosciuti, non amo etichettare le persone come “africano”, “senegalese”, “palestinese”, “israeliano”, “clandestino”, “occidentale”, “italiano” . La prima domanda che ci viene in mente è “da dove vieni?” e dalla sua risposta pensiamo di conoscere la sua personalità e la racchiudiamo in base all’etichetta data ad una tale nazione o città. Mi è capitato più di qualche volta, che dopo aver detto di essere italiano, la prima parola tirata fuori dal mio interlocutore è stata “mafia”. Questo mi da fastidio. E’ orribile dare etichette a persone che vivono storie, e stili di vita differenti l’uno dall’altro, anche vivendo nello stesso Stato.

2) Tu da sempre sei interessato alla sensibilizzazione e alla difesa degli emarginati, degli indifesi, di una nota ma ignorata minoranza. Perchè tra le tante discriminazioni hai scelto proprio il conflitto palestinese?

Il romanzo è partito da un ragazzo che vive a Gaza, Jehad. Lui, mi ha raccontato la vita nel suo paese e la voglia di viaggiare per il mondo. Non ha mai accusato la gente come lui. Non se la prende con “gli ultimi” di israele o della palestina. Lui se la prende con i dirigenti di partito palestinese e con il governo israeliano. Con il potere che schiaccia, manipola e reprime. Loro, secondo il ragazzo, possono muoversi dove e quando vogliono. Hanno la piena libertà di movimento. Invece lui, e i suoi amici, sono costretti a vivere schiacciati in quel fazzoletto di terra. Mi raccontava la sua voglia di evasione, non per abbandonare la sua terra, ma per conoscere il mondo. Si sente cittadino del mondo in prigione. L’unica soluzione per muoversi e viaggiare è uscire da quella gabbia in clandestinità. Più del conflitto politico volevo raccontare il dramma dei rifugiati e della gente comune che non ha possibilità. Sulla questione israelo/palestinese si scrive tanto e si è detto di tutto e di più. Non volevo entrare in questo meccanismo vizioso, ma avevo il bisogno di raccontare un’altra storia, la realtà degli ultimi. E non c’è più ultimo di un bambino costretto a vivere da rifugiato nella propria terra. Volevo raccontare la vita reale delle singole persone e non dei dirigenti di partito, delle associazioni pro o contro, o dei meeting internazionali sulla questione. Per me importante è la gente, e la gente semplice quando dialoga costruisce più di un partito o addirittura di un governo. Jehad mi ha raccontato Gaza dal basso. Non Hamas, non il sionismo ma le singole storie e i racconti della quotidianità di chi vive veramente quella terra. (Qui se vuoi raccogliere qualcosa c’è la mia intervista a Jehad http://www.dirittodicritica.com/2011/05/25/gaza-palestina-arrigoni-20940/ )

3) Il tuo romanzo testimonia la difficile vita di un profugo, in Italia nei campi CIE. Ci sei stato in uno di questi campi? come hai raccolto il materiale?

In realtà un richiedente asilo non dovrebbe stare in un centro di identificazione ed espulsione (CIE), per loro ci sono i CARA (centro di accoglienza per i richiedenti Asilo). Il cie è riservato agli immigrati irregolari. Queste differenze sono sottili. Un rifugiato se non riconosciuto come tale o se non possiede un documento può finire tranquillamente in un Cie. Un luogo dove la vita si ferma e inizia un lungo periodo di inferno. All’interno di quelle gabbie c’è sporcizia, violenza e nessuna umanità. Una persona o una commissione, messe lì a giudicare, non sono in grado di decidere se una persona è un rifugiato oppure no. Certo ci sono le leggi ma non bastano per giudicare la vita di un essere umano. Ogni migrante che attraversa il mediterraneo, ha subito la sua dose di paura e violenza. Spesso nel riconoscimento dello Status di rifugiato conta anche il paese di provenienza, come se una singola persona in un paese “amico” non può subire violazioni dei diritti umani. Altre volte, si fa il conto di quanti sono stati riconosciuti come rifugiati e quanti altri ancora ne servono. Insomma, un gioco di numeri più che rispetto della dignità dell’uomo. E’ difficilissimo e crudele “selezionare” le persone in base al loro grado di dolore, al paese di provenienza, oppure alla simpatia. Molti migranti non sanno cosa significa essere richiedente asilo o rifugiato, altri non hanno la possibilità di dimostrare una persecuzione e altri ancora perdono i loro documenti durante il viaggio, come Feisal, e non possono dimostrare chi sono veramente. Per “gli illegali” è riservato il trattamento speciale nei Cie, strutture che assomigliano a veri e propri Lager. Non riesco ancora a capire come facciamo ancora a non vergognarci di tutto questo. Sappiamo tutti cosa succede all’interno di quelle gabbie. Come ho raccolto il materiale? Dalle storie dei ragazzi che mi hanno raccontato in prima persona le loro esperienze all’interno di queste malvagie strutture. All’interno dei Cie non sono mai entrato. Non farebbero mai entrare una persona che denuncerebbe insistentemente ciò che accade all’interno di quelle gabbie.

4) Nel tuo blog “Madre Terra Fratello Clandestino”, allarghi il termine “clandestino”, clandestini sono tutti quelli che in qualche modo vivono oppressi e in una realtà sociale difficile, e qui non siamo più davanti a una minoranza anzi… Qual’è la causa di tutto ciò? ed è solo un problema italiano?

Credo che la maggioranza e la minoranza è gestita a proprio piacimento dal potere. Quest’ultimo ha la capacità di spostare le pedine a proprio piacimento, creando sempre quella superiorità e quella maggioranza volta a mantenere il sistema così com’è. Una nazione si fonda sulla maggioranza e a me le maggioranze non piacciono. Ognuno di noi può diventare una minoranza o maggioranza che schiaccia e reprime o che subisce e soffre. Loro ti spostano quando e come vogliono, da una parte all’altra. Ti fanno diventare maggioranza quando ti inculcano che l’immigrazione è la rovina dell’Italia e ti ritrovi minoranza quando perdi il posto di lavoro e resti completamente senza nessun aiuto, mentre chi è in bilico e rischia il posto in fabbrica, diventa maggioranza perché costretto ad accettare i ricatti del potere. E’ come una fisarmonica e con questo si regge il potere. Il vero problema è il rispetto delle diversità, qualsiasi diversità. Se impariamo a rispettarci l’un con l’altro, allora si, che possiamo diventare una vera maggioranza eterogenea e piena di vitalità. In ogni nazione, le minoranze vengono represse e schiacciate. Siamo tutti potenziali carnefici e tutti potenziali vittime. Non è assolutamente un problema italiano, gli stessi problemi di convivenza tra diversità ci sono ovunque. Ogni nazione costruisce la sua maggioranza e reprime le tantissime minoranze. Il problema nasce dalle barriere visibili e invisibili che apprendiamo sin dalla nostra nascita. Noi, che siamo nati e cresciuti in questo paese, ovviamente, lottiamo per cambiare noi stessi e la nostra comunità. Non posso puntare il dito contro altre nazioni, non servirebbe a nulla. Si parte dal piccolo, dalla propria comunità. Alle altre nazioni ci dovrebbe pensare chi vive e conosce quella realtà. Ovvio, dobbiamo dare supporto, solidarietà a chi si ribella ad una tirannia. Però, non possiamo andare a casa loro con bombe e missili. Non cambierebbe nulla, si soffrirebbe di più e si accentuerebbe ancora di più l’odio. La ribellione deve nascere dall’interno, attraverso un percorso.

5) Il tuo è anche un fare politica in un certo qual modo, che risoluzioni avresti per tamponare queste emorragie sociali?

A me non piace la politica di oggi, da queste diatribe e chiacchiericci cerco di stare fuori il più possibile. Non si parla mai di un vero cambiamento. Si cerca di tirare avanti sempre con la solita formula della carità verso i più deboli. Mentre, questi ultimi hanno bisogno di diritti e dignità. Una casa, un lavoro, sostegni e libertà è la cura per far crescere il nostro paese. Fino a quando in piazza scendono sigle sindacali, partiti e partitini, per i propri privilegi, non si risolve nulla. C’è un problema di partecipazione e di esclusione. Vorrei vedere partecipare attivamente la gente semplice alla vita sociale della propria città. La politica vera deve essere fatta dal basso e un cambiamento deve nascere da una consuetudine e non forzare con leggi antidemocratiche. L’Italia deve leggere di più, deve stimolare la curiosità. Mi piacerebbe vedere i bambini studiare sin dalle elementari l’antropologia. Molto importante è dare loro un quandro generale su chi sia l’uomo. Dare la possibilità di guardare a 360°. Bisognerebbe credere molto di più e lavorare non solo per se stessi ma per tutta la comunità. Se cresce la comunità, si sviluppa ed emerge anche l’individuo. Dobbiamo dare la possibilità a chi sforna delle idee e a chi è capace di cogliere l’opportunità in qualsiasi settore.  Per lavorare meglio bisogna sentire propria l’azienda o il posto per cui si lavora. Il lavoratore, quando sente suo un prodotto riesce a lavorare meglio ed è più soddisfatto. Si cresce in base ai diritti che si conquistano e non in base a quelli che ti tolgono. Faccio un esempio: Una donna con prole, durante le ore di lavoro sta lontana dai propri figli che sono in asilo nido. Gli orari a volte sono diversi, così come le vacanze. Non si può contare sulle istituzioni, perché non ti aiutano. Eppure ci vorrebbe poco per dare alle mamme i diritti che gli spettano e farle lavorare più serene. Aprire Asili nido all’interno di tutte le aziende non sarebbe un sacrilegio. Lì, le mamme potrebbero essere più serene e controllare i propri figli. Potrebbero addirittura trattenersi di più nel posto di lavoro. Bisogna creare armonia e serenità negli ambienti di lavoro. Questo è solo un piccolo esempio. Quello che voglio evidenziare è che non si guardano i bisogni reali delle persone, si farnetica e basta.

6) L’Italia, o forse potremmo dire gli italiani, non accetta l’immigrato, siamo stati persino rimproverati dalla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo per il nostro comportamento che va contro l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani. Ma gli italiani continuano a sentirsi in giusta causa, sanno tutto questo?

I messaggi della televisione e la non conoscenza portano all’indifferenza. Essendo l’immigrato il capro espiatorio di tutto, essendo il cattivo la gente stenta a credere che ci siano realtà come campi di concentramento per immigrati. L’informazione fa molto. Nei titoli dei giornali quando scrivi l’origine etnica, religiosa o la nazionalità di un individuo che compie reato è per marcare la sua origine. Si lanciano messaggi ben precisi. Bisogna solo capire che quando uno è stronzo, è stronzo e basta, non conta la sua origine etnica e lui personalmente che è stronzo. Ad esempio tra “romeno uccide donna” o “violato il principio del non refoulement”, la gente si sofferma sul primo messaggio e inveisce contro l’intera comunità romena. Il secondo messaggio, non viene neanche notato. Si dovrebbe prima spiegare cos’è il principio del No-refoulement e poi parlarne. Dobbiamo stare attenti alle parole che usiamo e come le usiamo. Siamo una società dove si deve puntare il dito contro qualcuno per sentirsi con la coscienza pulita.

7) Andrea, la storia di Feisal è un’ottima scusa per parlare di razzismo, che purtroppo non riguarda solo gli stranieri, ma anche noi italiani, c’è razzismo verso il povero, il barbone, l’emarginato, il pazzo, e non andando tanto lontano per le donne, gli anziani, i falliti, i disoccupati. Ma quanto razzismo c’è?

Il razzismo nasce appunto dal rifiuto di accettare il “diverso” da noi, che poi se ci pensiamo bene e ci guardiamo intorno anche noi, singolarmente, siamo diversi dagli altri. Il razzismo nasce da molte cose: dalle credenze popolari, da storielle o dagli occhi che preventivamente, guardano qualcosa di diverso. Il razzismo nasce dall’ignoranza, dal non essere curiosi. La precarietà e la povertà porta spesso allo scontro tra simili realtà che nascono dal basso. Realtà semplici, umane e uguali nella diversità. Sanno della loro somilianza perché lottano, piangono, sorridono e soffrono allo stesso modo. Succede che dall’alto, attraverso messaggi subdoli e maliziosi, creano quella barriera guerrrafondaia che mette tutti contro tutti. Così, si cerca anche un cavillo per denigrare e superare l’altro. Non dobbiamo aver paura del confronto e di cambiare. Bisogna aprire le porte, le facoltà intellettive, i nostri cuori. Vivere le esperienze con la propria pelle e non per sentito dire è l’unico modo per crescere, maturare, stare in pace con se stessi e con gli altri.

8 ) Andrea, dicono che il dolore fortifica e fa crescere, ma secondo te non stiamo crescendo un po’ troppo? nel senso quanta verità e validità c’è in questa frase per te…

Nessuno ama il dolore, nessuno vuole accettarlo. Però un essere umano capisce molte cose superato quel grado di dolore affliggente che subisce durante la sua esistenza. Una soluzione, finchè si è in vita, si trova sempre se si chiede aiuto. Non bisogna mai mollare. Qualche giorno fa mi sono soffermato su un suicidio di un ventenne che si è accoltellato davanti ai suoi genitori. Senza lavoro, il giovane ha cercato di farla finita colpendosi all’addome con un coltello. A provocare il gesto sarebbe stato l’ultimo colloquio di lavoro andato male. Un ragazzo di venti anni non può risolvere con la morte tutti i suoi problemi. Però è un dato di fatto, sono sempre di più quelli che scelgono questa strada. Sembra come se ti istigassero al suicidio. Ci insegnano a scoraggiarci, ad avere quel poco che abbiamo e stare zitti prendendoci un contentino ogni tanto. Ci dicono che è colpa della crisi e non ci si può fare niente. Ci dicono che la soluzione è scappare, uccidersi, patire la fame, stringere i denti o rubare. Non è vero, non è così. Non può essere questa la soluzione. Non diamo retta ai mass media che vanno a braccetto con i politici. Ci raccontano della crisi quasi come un tono romantico e fanno a gara per scrivere sul disoccupato di turno che si toglie la vita o sulla storia triste da raccontare. Piangono con le lacrime da coccodrillo, però chi paga sono sempre gli stessi. Siamo sempre noi. Ci insegnano ad essere furbi più che possiamo, ad essere egoisti e se ti trovi nella merda è colpa tua, nessuno ti aiuta. Non ci insegnano che i diritti sono la base della nostra vita, ma che i diritti te li devi comprare con il denaro. Un ventenne deve avere quella voglia di urlare, di costruirsi piano piano il suo futuro e la sua vita. Anche soffrendo, ma sempre con quei diritti che ti permettono di vivere da uomo. Un ventenne non può morire per un posto di lavoro, il ventenne deve avere il posto di lavoro, deve coltivare le sue passioni e deve dare il suo contributo al paese per diventare grande lui e far diventare grande il paese. Questa marmaglia di privilegiati forse non riesce a capire il grado di dolore che stiamo sopportando, quindi bisogna cercare aiuto tra di noi, l’un con l’altro. Bisogna partecipare. Bisogna capire che c’è chi soffre perché non può comprarsi la coca cola e chi soffre perché non può bere acqua; c’è chi soffre perché non può vestirsi e chi non può vestirsi Prada; c’è chi per andare al lavoro si deve fare due ore di viaggio e chi soffre perché non può farsi la vacanza estiva. Se si soffre per un bicchiere d’acqua, per un pasto caldo o perché non hai casa c’è davvero qualcosa che non funziona.

Andrea Onori è nato il 13 febbraio del 1984. Ha svolto periodi di collaborazione con quotidiani e periodici, cartacei e on-line. La scrittura è la sua grande passione, alla quale si dedica per gran parte delle giornate. Attraverso questo strumento cerca di dare voce agli “ultimi”, a quei gruppi e individui più vulnerabili che non hanno importanza per la nostra società. Scrive per coloro che non hanno la possibilità di dire la loro, perché emarginati dalle maggioranze e non aventi i diritti universali che ogni essere umano dovrebbe avere.  Scrive per “Piccola Città” (mensile della Sabina romana diretta da Beppe Lopez) e “Diritto di Critica (una testata giornalistica on-line diretta da Emilio Fabio Torsello). Ha pubblicato: un’opera di poesie “Rincorrendo un sogno” (il filo 2009) e una ricerca sociologica sul mondo irregolare “Madre terra fratello clandestino” (Sangel 2009).

copertina di GAETANO PORCASI


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